I penultimi della classe di Enrico Bellone
Da una parte si dice che le ultime riforme dell’istruzione sono una “svolta epocale”. Dall’altra si parla di “disastro”. Data la forte distanza tra i due giudizi, è difficile prendere partito. Cerchiamo di orientarci, allora. In linea di massima il primo passo da compiere, nella ricerca di un orientamento, consiste nel prendere atto della realtà. E la realtà è numericamente… rappresentata dall’ultimo rapporto sull’istruzione che è stato presentato dall’ Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, l’OCSE.
Il rapporto analizza i dati relativi a 35 nazioni che sono definibili come moderne. Una prima e fondamentale informazione riguarda la percentuale del prodotto interno lordo (PIL) che ciascun paese destina all’istruzione dei cittadini. Leggendo le cifre, impariamo che in vetta ci sono quattro paesi tra loro completamente diversi ma profondamente analoghi in fatto di investimenti culturali. Sono Islanda, Stati Uniti, Danimarca e Corea del Sud, che finanziano i loro apprati educativi con le seguenti frazioni di PIL: 7,8%, 7,6%, 7,1% e 7%.
La seconda informazione riguarda la media calcolata sui 35 paesi esaminati: 5,7%. La terza chiarisce, al di la di tutti i giudizi politici, quale sia la reale situazione italiana: noi dedichiamo all’istruzione il 4,5% del PIL. I penultimi della classe insomma. Peggio di noi, infatti, c’è solo la Slovacchia.
E’ possibile a questo punto fornire una spiegazione dello stato di cose che emerge dal rapporto OCSE? Certo. Sui tempi brevi, è successo che negli ultimi anni abbiamo fatto tagli finanziari cospicui. Abbiamo tolto 8 miliardi di euro alla scuola e quasi 1,5 miliardi all’università. Ma chi insiste solo sui tempi brevi si presta facilmente a essere criticato sul piano politico, perchè suggerisce che tutte le colpe ricadano sul governo in carica. E la critica è giusta, purtroppo.
Passimao allora ai tempi lunghi, e osserviamo la situazione di una quarantina di anni fa ben documentata da un rapporto pubblicato nel 1975 da Feltrinelli, con il titolo “Scienza e potere”. In quel rapporto si legge la valutazione di un autorevole esponente della Democrazia Cristiana, Giovanni Galloni, il quale sottolineava l’esistenza di un divario ormai profondo tra l’Italia e le altre nazioni. Secondo Galloni o si invertiva la tendenza al declino oppure ci saremmo trovati nel giro di vent’anni:
“di fronte a un tipo di assetto sociale completamente sconvolto”.
E le colpe? Eccole per bocca di Galloni:
“Di tutto quello che è avvenuto nel nostro paese negli ultimi 30 anni siamo tutti responsabili, sia come forze di maggioranza sia come forze di opposizione”.
Notare bene: negli ultimi 30 anni. Ovvero a partire dalla fine della seconda guerra mondiale.
Sono lontane e profonde, dunque, le radici politiche del nostro odierno malessere culturale. Ecco perchè respingo sia quei giudizi che evocano svolte epocali sia quegli altri che si limitano a operazioni di rigetto. La storia del Novecento italiano è, a proposito degli investimenti sull’istruzione, una storia di tagli finanziari, di indifferenza per le risorse umane che dovrebbero invece essere stimolate, di sostanziale ignoranza politica nei confronti dell’istruzione come fonte di innovazione culturale e tecnologica del paese.
Non mi si venga ora a dire che sono pessimista. Tengo conto dei numeri, e i numeri non sono di destra o di sinistra, e non sono ottimisti o pessimisti. Sono numeri, niente più. E parlano da soli.
Le Scienze - Ottobre 2010